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Sabato 31
Luglio, ore
21.30 - Arena di Valle Faul
Stefano
Bollani
in
Piano
Solo
Milanese di nascita, toscano d'adozione, il trentaquattrenne Stefano
Bollani ha lasciato da parecchio
tempo l'etichetta di enfant prodige per diventare una realtà in
patria e all'estero, vista la considerazione con
la quale è tenuto sia dal pubblico che dalla critica. Diplomatosi nel
1993 presso il Conservatorio di Firenze e
perfezionatosi con pianisti del calibro di Franco D'Andrea e Luca
Flores, dopo un'iniziale esperienza pop, Bollani entra
prepotentemente nel mondo jazz italico e internazionale grazie alla
collaborazione - tuttora attiva - con quel grande
scopritore di talenti che è Enrico Rava che nel 1996 lo vuole al proprio
fianco nelle sue varie formazioni. Con un
mentore di questo livello e grazie alle proprie doti innate di
musicista, è facile per Bollani raggiungere molto presto
una grande notorietà, sia con progetti a proprio nome che con
collaborazioni con musicisti di grosso calibro quali Lee
Konitz, Paolo Fresu, Pat Metheny, Michel Portal, Han Bennink, Phil
Woods...
Bollani, comunque, non ha come unico punto di riferimento il jazz ed
infatti sono da ricordare le
collaborazioni, tra gli altri, con la Banda Osiris, con Massimo
Altomare, con Elio e le storie tese, con Irene Grandi e
Marco Parente, senza dimenticare le sue apparizioni televisive e
radiofoniche in contesti sempre originali. Ma proprio
questa attività frenetica e multiforme rappresenta allo stesso tempo un
pregio ed un difetto.
Chiunque - come il sottoscritto - ha avuto la fortuna di assistere
ad uno dei suoi concerti dal vivo,
oppure di incrociarlo in qualche apparizione nei media, si sarà reso
immediatamente conto di quale sia il suo livello di
eclettismo: a Bollani piace stupire, infarcire i brani delle citazioni
musicali più disparate, scherza con il pubblico
e con il suo pianoforte, si improvvisa cantante - con risultati
tutt'altro che disprezzabili - come fa con le poesie di
Fosco Maraini da lui musicate (si trovano nel disco La gnosi delle
fanfole, da tempo esaurito che sembra venga
ristampato). Fermo restando l'apprezzamento per le capacità tecniche,
l'obiezione, però, è sempre quella: scarsa
credibilità. Chi se li immagina, ad esempio, un Keith Jarrett o un
Enrico Pieranunzi ad improvvisare in concerto su
Tico-Tico, ad offrirsi come juke-box umano, a cantare Il
pinguino innamorato o a proporre Per Elisa
come se ci fosse il disco che salta? Bollani lo fa, magari dopo una
profonda versione di qualche standard, spezzando
decisamente l'atmosfera e dando alla sua performance una nuance
indefinita, una dimensione aperta e senza punti di
riferimento, come succede, anche se meno nettamente, con molti dei suoi
dischi, in particolare con Les fleurs
bleues - ispirato dall'omonimo romanzo di Raymond Queneau - o con
il recente I visionari, editi entrambi
dalla Label Bleu. Così il suo eclettismo gli si ritorce conto, con i
puristi che gli imputano scarsa coerenza e scarsa
attenzione per un progetto estetico ed espressivo rigoroso ed unitario,
confondendo però il "quello che si fa" con il
"quello che si è".
Ma siamo poi così sicuri che questo "progetto" ci debba essere
davvero? Siamo sicuri, invece, che non
sia proprio questa la strada corretta per spazzare via una buona parte
di retorica jazz-sacerdotale (quella in cui, a
volte, incorre lo stesso Jarrett e non me ne vogliano i suoi estimatori)
per concentrarsi invece in una voglia di
comunicazione e divertimento che travalica il concetto di concerto jazz e
renda invece l'incontro musicista-ascoltatore
una possibilità di sorprendente empatia? Mi piace a questo punto citare
un passo di un'intervista su Repubblica; dice
Bollani "A me piace pensare che sono un musicista jazz perché è
l'unica musica che contempla l'idea che tu ogni sera
sali sul palco ti metti al pianoforte e fai una cosa diversa, anche
accettando il rischio che una volta possa venirti
male". Onnivoro, fantasioso e, senza intaccare una professionalità
invidiabile, personaggio che non si prende troppo
sul serio, cosa rara di questi tempi.
Ma per non rischiare che questa recensione verta troppo sul
personaggio Bollani piuttosto che su questo
Piano solo dimentichiamoci per un attimo chi suona e
concentriamoci su ciò che si ascolta.
Innanzitutto è subito chiaro che ci troviamo di fronte ad un disco
ECM e, come sanno bene i suoi
"frequentatori", i dischi della casa di Monaco hanno un loro specifico
sound ed una precisa estetica musicale; il patron
Manfred Eicher tratta gli strumenti, e il pianoforte in particolare, in
un modo riconoscibile e peculiare, tanto che
spesso riesce ad imbrigliare gli esecutori in una dimensione espressiva
che magari a loro non appartiene. Nulla di male
in questo se i musicisti in questione possiedono una personalità tale
che consente loro di superare l'empasse, cosa che,
questa volta, accade puntualmente. Bollani riesce a sfruttare al meglio
il suono levigato del pianoforte per usarlo come
uno strumento per affinare la sua espressione che resta quella sua
genuina, seppure mitigata da un lavoro d'introspezione
difficilmente riscontrabile in altri suoi lavori. Eppure le sfumature
espressive sono molte e molto varie, da
Antonia, dolcissimo affresco iniziale nato dalla penna di
Zambrini (pianista del quale sarà necessario parlare
più diffusamente) fino alla chiusura affidata alle articolate soluzioni
armoniche di Don't talk, "cover" dei
Beach Boys, passando dalla lirica improvvisazione su un tema di
Prokofiev, dalla melodia cantabile di Promenade,
dall'irresistibile stride di Buzzillare alla Art Tatum.
Punti focali del disco, a mio parere, sono: Impro I,
improvvisazione nella quale Bollani su
uno swing appena accennato, dispone una sorta di macchie sonore di
sapore impressionistico alla Debussy, For all we
know dove si raggiunge la massima introspezione allo stesso tempo
dolorosa e dolcissima, A media luz
brano - già interpretata da Gardel - intriso di quella passione che cova
sotto le ceneri al tempo di un tango appena
accennato e la sopresa (per un disco ECM) Maple leaf rag, brano
storico che Bollani con rispetto destruttura senza
spezzarne minimamente la compiutezza ritmica.
Sì, forse in questo disco Bollani mette da parte una buona fetta
della propria ironia e della sua
verve istrionica, ma facendo questo ci lascia un lavoro molto più
misurato, più meditato ed omogeneo (eccolo finalmente
accontentati i desiderosi del "progetto"!) nonostante la grande varietà
di fonti ispirative, ma non per questo meno
affascinante. Forse ha perso un po' di originalità, ma ha sicuramente
guadagnato in profondità espressiva, dimostrando
non solo che è bravo tecnicamente, ma anche che sono molti i suoi modi
di essere e non è detto che alcuni siano
qu
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